Savona nel 1974 resta storicamente una città industriale e operaia, cresciuta, da fine ’800, intorno alle sue fabbriche e al suo porto mercantile.
La stagione delle bombe viene però a coincidere cronologicamente con l’inizio di un complesso processo di deindustrializzazione che si accompagna ad un incipiente declino demografico (in mezzo secolo gli abitanti passano da 80.000 a 58.000). A metà anni ‘70, malgrado queste difficoltà, la classe operaia savonese conserva ancora, tuttavia, grandi capacità di mobilitazione.
Lo dimostrerà la partecipazione compatta dei lavoratori sia alle manifestazioni e agli scioperi indetti dai sindacati, sia all’esperienza della vigilanza popolare.
Savona nel 1974- con il suo comprensorio industriale di Vado e della Valbormida- resta ancora, per molti aspetti, una città storicamente industriale e operaia, cresciuta, da fine ’800, intorno alle sue fabbriche, alle sue ciminiere, al suo porto mercantile. Se mettiamo però a confronto i censimenti 1951 e 1971 relativi all’intera Provincia, possiamo osservare che, nel corso di un ventennio, l’industria manifatturiera ha cessato di rappresentare il cuore dell’economia savonese a tutto vantaggio del settore terziario (servizi, commercio, turismo, pubblica amministrazione). Prendendo in esame il solo decennio 1961-1971, gli occupati nell’agricoltura scendono infatti dal 16, 4% al 9,9, quelli nell’industria dal 42,3% al 38,4%, mentre gli occupati nel terziario salgono dal 31,4% al 42, 3%, (più il il 5,4% dell’amministrazione pubblica che viene calcolato a parte). Una linea di tendenza che non risparmia il capoluogo, dove, fra 1951 e 1971, i lavoratori di fabbrica si sono quasi dimezzati, passando da 45 a 26 su ogni 100 savonesi occupati.
Questa contrazione del tessuto industriale ha in parte origini lontane nel tempo. La “ferita originaria” che segna il destino della siderurgia savonese risale, infatti, già agli inizi degli anni ‘50, quando, per effetto del “piano Sinigaglia” e dell’inaugurazione del nuovo impianto siderurgico di Genova Cornigliano, lo stabilimento Ilva subisce lo smantellamento dei reparti acciaieria e laminatoi e il licenziamento di metà dei suoi 3500 operai. Nel 1974 i 1200 lavoratori dell’Iltalsider (ex Ilva) rappresentano ancora il nucleo più consistente della classe operaia savonese, ma, rispetto a 20 anni prima, si sono ridotti di 2/3.
Il tessuto produttivo subisce un’ ulteriore contrazione dopo il 1973, per effetto della crisi che, a partire dallo shock petrolifero, investe i Paesi industrializzati dell’Occidente e l’Italia in particolare. Savona e il suo comprensorio non fanno eccezione: fra il dicembre 1973 e il dicembre 1974, l’indice generale dei prezzi al consumo all’interno del Comune passa dal 125,1 al 154,3 (fatto 100 il 1970), mentre nel 1975 le ore di cassa integrazione nell’intera provincia superano il milione e il traffico portuale subisce una flessione del 22%.
Savona nel 1974 conta 80.000 abitanti : molti, rispetto agli attuali 58.000. Inseriti in un’ analisi di più lunga prospettiva, i numeri indicano tuttavia che, già nel ventennio precedente, l’aumento medio dei residenti è stato relativamente modesto:+ 0,64% fra 1951 e 1961; + 1,07 % fra 1961 e 1971. Un trend che è frutto anche del lento invecchiamento dei savonesi. A metà degli anni ‘70, insomma, la città ha raggiunto il suo picco demografico e si avvia ormai ad entrare in una fase discendente che si prolungherà – con sporadiche interruzioni- per tutto il mezzo secolo successivo ( una parabola che caratterizzerà anche Provincia e Regione).
La così detta “stagione delle bombe” (1974-1975) viene dunque a coincidere cronologicamente con una difficile fase di recessione per Savona; e, più in generale, con l’inizio di un complesso, talora drammatico, processo di deindustrializzazione che si accompagna – come abbiamo visto- ad un incipiente declino demografico (un fenomeno che del resto interessa l’intera Regione).
In questa difficile situazione, la classe operaia savonese con le sue organizzazioni sindacali conserva ancora, tuttavia, grandi capacità di mobilitazione e – si sarebbe detto un tempo- di “egemonia” : lo dimostra, nel corso del biennio, il ciclo di lotte contro il carovita e a difesa dell’occupazione che dalle fabbriche arriva anche a coinvolgere settori e categorie più vaste.
Nel solo febbraio 1974- ma si potrebbero citare altri esempi- si svolgono nel savonese due scioperi generali proclamati dalla Federazione Cgil-Cisl- Uil: il primo provinciale (il 5), il secondo nazionale (il 27) . In entrambe le giornate, stando alle cronache di quotidiani , la percentuale delle adesioni è molto elevata, se non totale, nelle industrie, in porto, negli uffici, nei trasporti; e notevole si dimostra anche la partecipazione di insegnanti e studenti, del personale ospedaliero, dei dipendenti degli enti locali, degli statali, mentre, in segno di solidarietà, non pochi negozi ed esercizi pubblici tengono abbassate le saracinesche in occasione delle due manifestazioni. E’un movimento dove confluiscono diversi protagonisti, diverse esperienze : il nucleo storico della classe operaia savonese, erede di una lunga tradizione di lotte, cioè i metalmeccanici degli stabilimenti di più antico insediamento (l’ex Ilva, l’ex Scarpa Magnano, pur pesantemente ridimensionati) e i “camalli” del porto; le nuove “leve” operaie, che non hanno partecipato alla Resistenza né conosciuto i duri conflitti sociali degli anni ‘50 ; ma anche settori consistenti di ceto medio in espansione -insegnanti, bancari, dipendenti pubblici- che proprio in quel periodo si stanno avvicinando al sindacalismo confederale e politicizzando (in netta discontinutà rispetto ad un’ antica consuetudine alla “separatezza” corporativa tipica di queste categorie). La confluenza di tutte queste storie e culture è anche frutto di un peculiare clima storico: l’onda lungo del ‘68 e delle recenti conquiste dell ”autunno caldo”, il varo dello Statuto dei lavoratori, l’avvio della costruzione né semplice né lineare- del processo di unità sindacale, i fermenti post conciliari che continuano ad animare il mondo cattolico. In convergenza – aggiungiamo- con una parte importante degli studenti degli istituti tecnici e dei licei (in un decennio in cui la scuola superiore ha assunto ormai dimensioni di massa, senza però adeguare a questa nuova realtà programmi, metodi d’insegnamento e strutture).
Gli stessi protagonisti- consigli di fabbrica, associazioni di categoria, comitati studenteschi- torneranno a sfilare in corteo, assieme a migliaia di altri savonesi, in occasione delle manifestazioni e degli scioperi indetti dai sindacati confederali contro gli attentati Del resto, fin da Piazza Fontana, il mondo del lavoro ha ben chiaro che le lotte economico-sociali sono inscindibili da quelle in difesa delle istituzioni repubblicane contro l’eversione nera. E per gli stessi motivi i comitati unitari antifascisti di base sorti nelle fabbriche (ma anche all’Inps, all’ospedale San Paolo, persino ai grandi magazzini Standa) rappresentano una componente importante- anche se non esclusiva- del fenomeno della vigilanza di massa (mentre i massimi esponenti locali della Confederazione -Santo Imovigli, Luciano Palli e Nicola Pozzi- faranno parte fin dall’inizio del Comitato unitario antifascista provinciale). La vigilanza popolare del novembre-dicembre 1974 si alimenta anche – ripetiamo: “anche”- di questa spinta che viene dal movimento dei lavoratori nelle sue varie articolazioni. Un “mood”, uno “spirito del tempo”, figlio di un quadro sociale al tempo stesso in affanno e combattivo, a cui le organizzazioni sindacali riescono a dare voce e rappresentanza, in dimensioni forse mai raggiunte in passato.
Ricorda Anna Giacobbe, allora studentessa del ginnasio “Chiabrera” impegnata nei turni di sorveglianza della propria scuola : “Noi avevamo sulla porta del liceo, che era chiusa , due numeri di telefono che avremmo dovuto chiamare nel caso in cui ci fossero stati dei problemi: uno era quello della Questura, l’altro era del Consiglio di fabbrica dell’Italsider. Noi avevamo due riferimenti; un riferimento istituzionale molto preciso e il riferimento- da un certo punto di vista- di un’altra istituzione, cioè della rappresentanza dei lavoratori che erano molto impegnati in quella vicenda”.