Via Cava

Il 24 febbraio 1975 (a tre mesi esatti di distanza dall’ultimo attentato di novembre), Savona ripiomba nell’incubo. Alle ore 18.45, una forte deflagrazione torna a scuotere nuovamente la città: è la decima bomba in dieci mesi.

L’ordigno (5 kg. di dinamite) è stato collocato all’interno di un condominio, al numero 4 di via Giuseppe Cava, proprio alle spalle del palazzo della Prefettura. A quell’ora la strada è poco frequentata.

Subito dopo la deflagrazione, gli agenti della Squadra mobile rinvengono nell’atrio sinistrato dell’edificio alcuni frammenti di cartoncino che, ricomposti, vanno a formare le parole: “Rieccoci. Ordine Nero”.

Il 24 febbraio 1975 (a tre mesi esatti di distanza dall’ultimo attentato di novembre), Savona ripiomba nell’incubo. Alle ore 18.45, una forte deflagrazione torna a scuotere nuovamente la città : è la decima bomba in dieci mesi.
L’ordigno (5 kg. di dinamite) è stato collocato all’interno di un condominio di sei piani, al numero 4 di via Giuseppe Cava, proprio alle spalle del palazzo della Prefettura e a poca distanza dalla scuola elementare “Boselli”. A quell’ora la strada è poco frequentata e i due negozi che affiancano a destra e a sinistra il portone (una panetteria e una rivendita di vernici) hanno già abbassato le saracinesche.
Massimo Fassio, 16 anni, è andato a trovare i parenti, al primo piano del civico n.4, e sta scendendo le scale. All’improvviso scorge qualcosa che brilla e spande fumo sul ballatoio: una miccia accesa, lunga circa 50 cm, che fuoriesce da un fustino di detersivo di colore rosso e blu. Tornato immediatamente sui suoi passi per avvisare del pericolo imminente la cugina Aureliana, il ragazzo subito dopo si precipita a chiedere aiuto ai poliziotti di guardia alla vicina Prefettura: “sta per esplodere una bomba!” grida in tono concitato.
Fassio e gli appuntati Caruso Bosi ed Ennio Splendore hanno però appena il tempo di accorrere in via Cava : “ avevamo appena varcato il portone – racconta il ragazzo- che c’è stata l’esplosione. Lo spostamento d’aria ci ha investiti e scaraventati a terra mentre venivamo coperti di calcinacci e frammenti di vetro. Ho pensato che fosse la fine del mondo”. I due agenti (uno dei quali colpito da sordità temporanea) confermano: “ Siamo vivi per miracolo. Se fossimo stati più avanti, verso la tromba delle scale, o addirittura vicino all’ordigno ora non saremmo qui”.
Complessivamente l’attentato provoca nove feriti, di cui cinque ricoverati all’ospedale San Paolo.
I danni materiali (intorno ai cento milioni di lire) appaiono ingenti e comprendono, oltre la completa distruzione del portone, la messa fuori uso delle scale fino al quarto piano, lo scardinamento delle porte d’ingresso di molti appartamenti e il crollo o il lesionamento dei muri dei negozi adiacenti. Un inquilino del secondo piano racconta fra i singhiozzi: “Stavo cenando con mia moglie quando mi sono trovato sul pavimento, mentre pareva che tutti i mobili mi crollassero addosso. Neppure in tempo di guerra, quando sono rimasto sotto un bombardamento, è accaduto qualcosa di simile”.
Per una sorta di beffarda sfida degli attentatori, vanno in frantumi anche i vetri delle finestre posteriori del Palazzo del Governo: al prefetto, sceso immediatamente in via Cava, un residente rivolge queste parole: “Chiediamo il suo aiuto a lei, non come prefetto, ma come nostro vicino di casa”.

Subito dopo la deflagrazione, gli agenti della Squadra mobile rinvengono nell’atrio sinistrato dell’edificio alcuni frammenti di cartoncino che, ricomposti , vanno a formano le parole: “Rieccoci. Ordine Nero”. La scritta è tracciata col pennarello e, secondo gli investigatori, presenta caratteristiche compatibili con il testo di rivendicazione dell’attentato all’abitazione del senatore Varaldo (30 aprile 1974). Un messaggio in fondo superfluo: come scrive il quotidiano “Il Secolo XIX” , “tutti hanno sentito il botto, tutti hanno capito”. Le bombe nere sono tornate.
A questo indizio si aggiunge la testimonianza dello stesso Fassio che, al momento di precipitarsi in strada in cerca d’aiuto, ha notato una Mini Minor partire a tutta velocità verso via Mentana e poi svoltare in direzione di Piazza Saffi. Nell’agitazione del momento, tuttavia non è riuscito a prendere il numero di targa né a memorizzarne con precisione il colore (forse rosso, blu o grigio…).
Per quanto scattino immediatamente i blocchi sull’Aurelia e le autostrade, i controlli non approdano tuttavia ad alcun risultato.

La sera stessa un comunicato del Comitato unitario antifascista provinciale, presieduto dal senatore Giovanni Urbani, suona molto critico verso l’operato degli inquirenti che, a distanza di mesi, sembrano brancolare nel buio: “nonostante alcune misure, nessun risultato risolutivo è stato raggiunto nell’azione per stroncare l’eversione nera. Questa carenza di efficiente difesa da parte dello Stato dell’ordine democratico non è più tollerabile”. E, in una dura intervista, il sindaco Zanelli rincara: “ Occorre richiamare alle proprie responsabilità coloro che hanno il potere di riportare ordine e tranquillità nel Paese. Noi abbiamo l’impressione che finora non si sia fatto molto in questo senso”.
Il 25 febbraio nelle fabbriche, negli uffici, nelle scuole, si svolgono assemblee per discutere l’eventuale ripresa della vigilanza, dopo che nei mesi precedenti era stata progressivamente allentata e, alla fine, sospesa.
Poi, nella stessa giornata, alle ore 17.55, si verifica una nuova esplosione. L’obiettivo, questa volta, è il traliccio Enel n.18, situato in località Madonna degli Angeli, sulle alture della città. Due cariche di dinamite sono state collocate sui piloni di sostegno, provocando l’inclinazione di circa 45 gradi della grande struttura (lo stabilimento Fiat di Vado Ligure resterà fino alle 21 privo di energia elettrica). Non ci sono vittime, ma i danni ammontano a circa dieci milioni di lire.
Due bombe in meno di ventiquattro ore. Ai savonesi sembra di tornare indietro di tre mesi, al clima pesante del “novembre nero”: c’è preoccupazione, sgomento, rabbia, ma anche molta determinazione. La popolazione, allarmata ma non impaurita, torna a mobilitarsi.

Tra il 25 e il 27 febbraio, su iniziativa dei comitati antifascisti di base, si svolgono in molti quartieri affollate assemblee: riuniti nelle società di mutuo soccorso o nei locali delle parrocchie, i cittadini di Lavagnola, Legino, Oltre Letimbro, Zinola, decidono all’unanimità la ripresa dei turni di presidio e sorveglianza .
Nel pomeriggio del 26 febbraio, alle 17, una grande manifestazione antifascista si svolge in piazza Sisto IV, con la partecipazione di migliaia di persone. Oratore ufficiale è Sandro Pertini, giunto a a Savona in tarda mattinata per testimoniare solidarietà ai propri concittadini (come già era accaduto a novembre, dopo l’attentato in via Giacchero). Dal palco, il Presidente della Camera esprime ammirazione e apprezzamento per l’esperienza della vigilanza democratica, pur non astenendosi dal sollecitare una più incisiva azione degli inquirenti e delle forze dello Stato : “state dando un esempio di serietà e responsabilità, un esempio da imitare. Vi sono tra voi diversità politiche, le vostre concezioni della vita sono diverse, ma al di sopra dei contrasti e delle differenze ideologiche, c’è la forza della città antifascista […] ma il compito di arrivare ai veri colpevoli, i mandanti, spetta alle autorità. Devono schiacciare la testa della vipera; se colpiscono solo la coda, essa continuerà a vivere e mordere”.
Alle 21 dello stesso giorno si tiene, nella sala consiliare del Palazzo Comunale, una tesa assemblea dei comitati antifascisti di base. Lelio Speranza, a nome del Comitato unitario antifascista provinciale, pronuncia parole preoccupate: “Misure corrispondenti al chiaro e manifesto carattere neofascista del terrorismo devono essere prese subito, come i savonesi hanno chiesto già direttamente ai ministri responsabili e come le forze democratiche chiedono”. Accenti che ritornano in molti degli interventi: “Chiediamo di più – afferma Delpiazzo di Albissola Superiore- La gente ha bisogno, per ricredersi, di qualche risultato”. L’esigenza di interventi investigativi più decisi è ribadita, in quella stessa sede, sia dal sindaco Zanelli, sia dal presidente della provincia, Mario Siccardi. Le conclusioni del segretario della Camera del Lavoro, Santo Imovigli, invitano comunque a rafforzare la mobilitazione unitaria e democratica della cittadinanza : “ Non dobbiamo scoraggiarci se non otteniamo risultati immediati. La cosa più grave sarebbe quella di farci prendere dalla sfiducia e ritenere inutili anche le grandi manifestazioni di protesta svoltesi nella nostra città. Ci vuole un impegno attivo, reale e continuo, di tutti i lavoratori, di tutta la popolazione; ci vuole, da parte delle autorità, una maggiore volontà politica di lotta al neofascismo. Se saremo uniti i fascisti non riusciranno a realizare il loro disegno eversivo”.


I savonesi ancora non lo sanno, ma l’attentato del 25 febbraio 1975 chiuderà l’attacco prolungato e martellante contro la loro città iniziato il 30 aprile del 1974 (l’ultima deflagrazione, il 26 maggio del 1975, presso il vecchio forte dismesso di Monte Ciuto, servirà probabilmente agli attentatori per disfarsi dell’esplosivo restante).
Una pagina alta della storia civile di Savona si avvia a conclusione, mentre l’iter complesso e contradditorio delle indagini troverà un un epilogo che lascia l’amaro in bocca : nessun processo, nessun colpevole e nel 1991, 17 anni dopo la prima bomba, l’archiviazione definitiva dell’intero procedimento giudiziario .