Scuola Guidobono

Sono le 18.55 del 12 novembre 1974, quando un ordigno a miccia lunga esplode nell’atrio della scuola media “Guidobono”. È il quarto attentato della catena delle bombe di Savona (il secondo in settantadue ore).

La strage è stata evitata per puro caso. La bomba scoppia, infatti, quando si è appena conclusa una riunione di docenti dedicata a discutere l’imminente entrata in vigore dei Decreti Delegati. L’esplosione, fortissima, è avvertita in buona parte della città.

Il giorno dopo, Savona è paralizzata. Un imponente corteo di 15.000 persone, composto da operai, portuali, impiegati, commercianti e soprattutto – come notano i giornali – molti giovani, si snoda lungo le vie della città.

Sono le 18.55 del 12 novembre 1974, quando un potente ordigno a miccia lunga (otto-dieci chili di gelignite), esplode nell’atrio della scuola media “Bartolomeo Guidobono”. È il quarto attentato della catena delle bombe di Savona (il secondo in settantadue ore). La deflagrazione, oltra a lesionare gravemente un pilastro portante di cemento armato, scardina tutti gli infissi, manda in frantumi le vetrate del piano terra e causa il crollo della parete divisoria fra l’atrio stesso e uno dei corridoi interni. Nell’edificio, in quel momento, si trovano solo alcuni componenti della famiglia del custode, che restano per fortuna illesi; una delle figlie, però, viene scaraventata a terra dalla violenza dell’onda d’urto, mentre la madre, fra le lacrime, dichiara con parole concitate ai primi soccorritori,: “sembrava che dovesse crollare tutto da un momento all’altro. Per alcuni minuti siamo rimasti inebetiti. Di fuori giungeva il rumore di vetri che andavano a pezzi. Poi è tornato il silenzio e mi sono affacciata alla porta che dà quasi sull’atrio. C’era tutto all’aria”.

La strage è stata tuttavia evitata per puro caso. La bomba scoppia, infatti, quando si è appena conclusa una riunione di docenti dedicata a discutere l’imminente entrata in vigore dei Decreti Delegati: una riforma che mira ad aprire il governo della scuola a studenti e genitori, recependo, sia pure molto parzialmente, la pulsioni democratiche nate col ‘68. Molte attese verranno poi deluse; in ogni caso, almeno nei primi anni, i Decreti Delegati alimenteranno un imponente processo di partecipazione dei cittadini alla vita e al funzionamento delle istituzioni scolastiche.
Per altro, l’istituto “Guidobono” ha in parte anticipato le indicazioni contenute nei nuovi provvedimenti, attivando, già nel precedente anno scolastico, esperienze pilota quali l’istituzione di un “consiglio dei genitori” e di un “comitato scuola-famiglie”. E con buone ragioni: con circa 900 iscritti, distribuiti in 35 classi, rappresenta la scuola media più grande della città, costretta quotidianamente a confrontarsi con problemi di spazi, di attrezzature e di coordinamento didattico e amministrativo ( i plessi sono tre, distribuiti in diverse zone della città). La bomba colpisce gravemente (120 milioni di danni) la sede principale, il moderno edificio di via Machiavelli, per il quale- ironia della sorte- il Comune ha appena appaltato i lavori di ampliamento (dodici aule in più). Malgrado tutto, però, la reazione del preside Ferrara non appare né intimidita, né rassegnata: “Da venerdì pomeriggio, comunque , si ritorna a scuola. Andremo per qualche giorno nelle scuole “Astengo”, faremo qualche turno pomeridiano, ma tornare fra i banchi, in queste condizioni, ha anche un forte valore simbolico. Non saranno le bombe a fermarci sulla strada di una scuola nuova”. Mercoledì 27 novembre, a due settimane esatte dall’attentato, gli studenti della “Guidobono” riprenderanno possesso del loro istituto, tornato agibile.

L’esplosione, fortissima, è avvertita in tutto il quartiere di Santa Rita e in buona parte della città, suscitando fra gli abitanti paura, sgomento, rabbia. Marcello Zinola, nel 1974 giovanissimo cronista del “Lavoro” (con redazione nella vicina via De Amicis), assiste ad uno strano spettacolo: gruppi di persone che passano di corsa davanti alla sede del giornale gridando: “I fascisti! Ai sindacati, ai sindacati!”. Nella confusione dei primi momenti, si è diffusa infatti la voce che l’attentato abbia colpito la Camera del Lavoro, allora ubicata in via Giusti, ad un centinaio di metri dalla scuola. Il luogo dell’attentato si riempie rapidamente di ambulanze, vetture della polizia e dei carabinieri, autocarri dei vigili del fuoco; subito dopo sopraggiungono il prefetto, il sindaco, il presidente della provincia e molti sindacalisti.

Appena si diffonde la notizia della bomba alla “Guidobono”, la tensione in città diventa palpabile. La sera stessa, intorno alle 20, un migliaio di persone si raccoglie in piazza Saffi, davanti alla Prefettura, sollecitando, con compostezza e determinazione, una rapida identificazione di mandanti ed esecutori. Alle 21.30, il Comitato unitario provinciale antifascista, ricevuto dal prefetto, il dott. Aldo Princiotta, lamenta la lentezza e l’indecisione delle indagini. Contemporaneamente, Cgil-Cisl-Uil proclamano per l’indomani uno sciopero generale provinciale di 24 ore “per richiedere a chi ha la responsabilità dell’ordine pubblico misure immediate ed a fondo contro i criminali fascisti e i loro finanziatori”. Come già era accaduto con l’ordigno contro la Provincia, per informare la popolazione in tempi così stretti viene fatto ricorso ancora una volta alle classiche risorse del volontariato, individuale e di gruppo, dei partiti, delle diverse associazioni e , soprattutto, dei Consigli di quartiere, che – come accade a Legino- arrivano ad utilizzare cartelli vergati a mano, con il pennarello o la vernice.
E, anche in questo caso, come era avvenuto quattro giorni prima, il monumento alla Resistenza di Agenore Fabbri viene presidiato per l’intera notte dalle associazioni partigiane.
Il giorno dopo, Savona e l’intera provincia sono paralizzate. Un imponente, pacifico corteo di 15.000 persone, composto da operai, portuali, impiegati, commercianti e soprattutto- come notano i giornali – molti giovani, si snoda lungo le vie della città, preceduto dai gonfaloni del Comune e della Provincia. Partito- ancora una volta – da piazza Saffi, il lungo serpente di folla si spinge fino al quartiere di Santa Rita, nelle immediate vicinanze della “Guidobono”, per poi ritornare e sciogliersi davanti al Palazzo del governo. Subito dopo, si svolge un nuovo incontro fra Comitatto provinciale unitario antifascista e prefetto.
Lo slogan scandito a più riprese nel corso della grande manifestazione di mercoledì 13 novembre (“Basta con le bombe nere!”) è tuttavia destinato a restare inascoltato. Sabato 16 novembre, a tre giorni di distanza, la sfida a Savona riprende e, anzi, “raddoppia”. Perché questa volta a scoppiare saranno addirittura due ordigni, in luoghi diversi e ad un’ora e mezza di distanza l’uno dall’altro: sul viadotto dell’Acquabuona e in via dello Sperone