Piazza Sisto IV

Nella stagione delle bombe il Comitato unitario antifascista provinciale (composto da ANPI, FIVL, CGI-CISL-UIL e dai partiti dell’ ”arco costituzionale”) rappresenta il centro di coordinamento della vigilanza popolare, anche attraverso la promozione di una fitta rete di organismi di base nelle fabbriche, nelle scuole, negli uffici e nei quartieri.

Il 23 novembre 1974, tre giorni dopo l’attentato di via Giacchero, Sandro Pertini, allora presidente della Camera, partecipa all’assemblea dei comitati antifascisti di base che si tiene nella sala consiliare del Palazzo Civico.

Mentre la riunione è in corso, giunge la notizia di una nuova esplosione sull’autostrada, a pochi chilometri da Savona.

Nel 1974 Savona è una città “rossa”, amministrata da comunisti e socialisti. Il bacino di consenso dei partiti di sinistra è costituito non solo dalla classe operaia- pur ridimensionata numericamente nell’ultimo ventennio- ma anche da una parte del nuovo ceto medio (che proprio in quegli anni si sta sindacalizzando e politicizzando: insegnanti, pubblico impiego, bancari).
Alle elezioni comunali del 1970 il P.C.I. raccoglie il 38% dei suffragi ed è presente sul territorio con 15 sezioni, una in ogni quartiere cittadino; il P.S.I. oscilla intorno al 14% dei voti e trova i suoi punti di forza soprattutto in alcuni settori del pubblico impiego. La giunta comunale è presieduta dal socialista Carlo Zanelli, un sindaco molto popolare, di stampo “pertiniano”.
Detto questo, Savona resta una città medio-piccola, priva in quegli anni di una sede universitaria, in cui i gruppi della sinistra extraparlamentare, pur presenti e attivi, hanno dimensioni esigue e non sono comunque in grado di incidere sulle scelte amministrative della città. Il M.S.I.- il partito d’ispirazione neofascista- è storicamente debolissimo, e riesce ad eleggere- come puro atto di testimonianza – un solo consigliere su 40.

Nella città l’antifascismo ha infatti radici storiche profonde, anche per la presenza di un antico e forte associazionismo operaio e sindacale -“rosso” e cattolico- capace di alimentare i valori della solidarietà , del civismo e della partecipazione politica. .
E’ importante ricordare che l’espatrio clandestino di Turati in Corsica, l’11 dicembre 1926, avviene partendo proprio da una spiaggia di Savona, in piena notte, con condizioni metereologiche proibitive, a bordo di una piccola imbarcazione guidata anch’essa da marinai savonesi. Né va dimenticato che l’anno successivo, sempre a Savona, si svolge il processo contro gli organizzatori di questa impresa: Sandro Pertini, Ferruccio Parri, Carlo Rosselli. Fu l’ultimo procedimento giudiziario celebrato da una libera magistratura prima del consolidamento della dittatura fascista, conclusosi com’è noto con condanne assai miti.
Questa diffusa opposizione al fascismo (57 condanne inflitte dal Tribunale Speciale fascista fra 1929 e 1939) è destinata a culminare – dopo il 1943- nella partecipazione alla Resistenza a cui i savonesi pagano un pesante tributo: 500 partigiani caduti, 180 lavoratori deportati in Germania dopo gli scioperi del 1° marzo 1944, 7 medaglie d’oro alla memoria più una ad un vivente (Sandro Pertini).
Bisogna aggiungere che, pur nella durezza dello scontro politico con i comunisti, anche la Dc savonese conserva un legame storico con la tradizione antifascista che risale agli anni delle Resistenza. Per altro, nella vicina Genova, è sempre stato eletto, dai tempi della Costituente, Paolo Emilio Taviani, uno dei più importanti leader democristiani: un “atlantista” di ferro- come è noto- ma anche uno dei capi del movimento partigiano in Liguria. E Taviani è il ministro degli Interni che
– proprio fra 1973 e 1974- scioglie per decreto “Ordine Nuovo”e l’Ufficio affari Riservati, espelle Edgardo Sogno dalla FIVL e dichiara pubblicamente superata la teoria degli “opposti estremismi”.
Con queste premesse, nel luglio 1974 si costituisce a Savona, su proposta dell’ANPI, il Comitato unitario antifascista provinciale, composto dalle associazioni partigiane (ANPI e FIVL), dai sindacati confederali e da tutti i partiti del così detto “arco costituzionale (all’inizio assente, il Pli aderirà durante la “stagione delle bombe”). La sede è fissata presso le sezioni provinciali dell’ANPI e della FIVL (rispettivamente Corso Italia 10/1 e 24/6), anche se, nel periodo della vigilanza democratica per ragioni organizzative verrà utilizzata soprattutto la prima. Sorto sull’onda della mobilitazione popolare antifascista provocata dalla strage di Brescia (28 maggio), il Comitato annuncerà pubblicamente la sua costituzione in un’altra drammatica circostanza: durante la manifestazione che si svolge il 5 agosto in piazza Sisto IV, dopo la strage dell’ Italicus, avvenuta la notte del giorno prima. E’ un pomeriggio caldissimo di piena estate, nel periodo delle ferie, eppure la piazza del Comune si presenta gremita di più di duemila persone. E’ stato proclamato lo sciopero generale e, malgrado il grande afflusso di turisti, tutti gli esercizi commerciali hanno sospeso l’attività (anche il tradizionale mercato all’aperto, dato che è lunedì). Sul palco degli oratori, dopo il sindaco Zanelli e i sindacalisti Pozzi e Reggio, l’avvocato Renzo Brunetti, segretario regionale del PRI, legge il documento con cui il Comitato si presenta alla cittadinanza: “Ancora una volta i criminali fascisti hanno colpito. Ancora una volta hanno scelto le loro vittime tra la popolazione ignara, inerme, innocente. Di fronte a crimini del genere e al loro preoccupante ripetersi non è più tempo di parole[…] chi spera, con il terrore e le stragi , di vibrare un colpo mortale alla vita del nostro Paese imponendogli una svolta reazionaria va finalmente fermato e colpito senza indugio:oggi è più chiaro che mai che non devono essere colpiti soltanto esecutori e mandanti; devono essere rimossi anche coloro che, nel corso di questi anni, occupando posti di responsabilità nell’ appparato dello Stato, hanno di fatto o addirittura scopertamente e favorito lo svilupparsi dell’azione eversiva. I Partiti antifascisti, le organizzazioni sindacali, le Associazioni partigiane, rivolgono un appello affinche sorgano e si estendano ovunque i Comitati Unitari Antifascisti, che chiamino alla vigilanza e alla lotta contro la trama eversiva tutti i democratici e gli antifascisti.”. Parole che impressionano pensando alla prova che da lì a poco attende la città. E anche la folla che in quel giorno d’agosto si raccoglie in piazza, per poi raggiunge in corteo il Monumento alla Resistenza, sembra prefigurare la risposta – ferma e composta- che i savonesi sapranno opporre alla sfida delle bombe.

Per altro, a pochi giorni dalla manifestazione savonese per l’Italicus, nella notte fra l’8 e il 9 agosto (e alla vigilia dei funerali, a Bologna, delle vittime della strage), due bombe al plastico, di mezzo chilo l’una, vengono lanciate all’interno del perimetro della centrale Enel di Vado Ligure. L’obiettivo- mancato per una decina di metri- è l’autotrasformatore dell’alta tensione che alimenta Savona, Genova e buona parte della Liguria. “I danni avrebbero potuto essere enormi” titola “Il Secolo XIX”. Una delegazione del Comitato unitario antifascista provinciale e il sindaco di Vado Ligure, Pietro Morachioli, ricevuti al Palazzo di Governo, consegnano al prefetto, il dottor Aldo Princiotta un preoccupato ordine del giorno. Muovendo dalla considerazione che “anche la provincia di Savona è pienamente investita da quella strategia della tensione che altrove ha avuto altrove così gravi conseguenze”, il documento si conclude invitando le autorità “a valutare nella sua giusta gravità i fatti denunciati in questi mesi, collegandoli fra loro e traendone le logiche conseguenze” . In quella estate così carica di premonizioni, le due bombe di agosto, tuttavia, – “furono un po’ snobbate a livello di indagine, come all’inizio tutta la partita; nella prima fase pochi le collegarono, se non a livello di memoria, ma non a livello investigativo, con quello che era successo alla vigilia del Primo maggio, con l’attentato al portone della casa del senatore Varaldo”, ha osservato il giornalista Marcello Zinola.
Nella stagione delle bombe Il Comitato unitario antifascista provinciale, oltre ad organizzare, assieme ai sindacati, le manifestazioni di piazza con cui i cittadini rispondono “colpo su colpo” ad ogni attentato, rappresenta il centro di coordinamento e di direzione politica della “vigilanza democratica di massa”, anche attraverso la promozione di un fitto reticolo di “comitati unitari antifascisti di base” nelle fabbriche, nelle scuole, negli uffici nei quartieri.
Un’esperienza partecipativa senza precedenti, capace di coinvolgere – in un impegno di mobilitazione unitaria- anche vasti settori di popolazione tradizionalmente lontani dall’impegno diretto nella sfera pubblica : le società sportive, i circoli ricreativi, le parrocchie, le sedi della Croce Rossa, la Società di salvamento a mare- quest’ultima utilissima per le comunicazioni a distanza via radio. Consultando l’archivio dell’Anpi, si possono contare almeno 46 di questi organismi. 23 a Savona (compresi il comitato antifascista dei bancari, degli impiegati Inps, dei postelegrafonici e degli allora grandi magazzini Standa), 23 in provincia, tra comuni e – persino – frazioni: Vado, Quiliano, Valle di Vado, Roviasca, Noli, Finale Ligure, le due Albissole, Celle, Varazze e, poi, i centri della Valbormida, fra cui Cairo Montenotte, Carcare, Millesimo. Ma si tratta sicuramente di un calcolo per difetto.
Il 23 novembre arriva a Savona Sandro Pertini (l’ultima volta era stato sette mesi prima, il 20 aprile, per l’ inaugurazione del Monumento alla Resistenza). Alla mattina, prima fa visita, presso l’ospedale San Paolo (allora sito in Corso Italia) ai feriti nell’attentato di via Giacchero; successivamente presenzia ai funerali di Fanny Dallari, che si svolgono nella vicina chiesa di S. Pietro. Nel pomeriggio, a fianco del sindaco e del presidente della Provincia, partecipa all’assemblea di tutti i comitati antifascisti di base che si tiene nella sala consiliare del Palazzo Comunale. Dopo gli interventi del senatore Giovanni Urbani (ANPI) e di Lelio Speranza (FIVL), il Presidente della Camera prende la parola: “Nella manifestazione di ieri a Savona, si è avuta una prova di alta civiltà e grande responsabilità. Qualcuno forse si augurava che accadesse qualche incidente, per poter giustificare la teoria degli opposti estremismi. Però non bisogna confondere il senso di responsabilità con la pazienza disposta alla rassegnazione”. Il discorso sta avviandosi alla conclusione, quando giunge la notizia di un nuovo attentato: alle ore 16.55 sette chili di tritolo sono esplosi sull’autostrada per Torino, nel tratto Savona -Altare, per puro caso senza causare vittime. Pertini riprende a parlare e le ultime parole sono un grido: “ I responsabili devono pagare. Il fascismo non passerà, né ora né mai”.
E’ la settima – e ultima – esplosione di novembre. Ma tre mesi dopo le bombe torneranno a far sentire la propria voce.