Piazza Martiri

Nel 1974 Savona riceve la medaglia d’oro al Valor Militare e il 20 aprile dello stesso anno viene inaugurato il monumento alla Resistenza opera di Agenore Fabbri.

Alla cerimonia prendono parte molte delegazioni diplomatiche estere, i gonfaloni delle città italiane decorate e il presidente della Camera, Sandro Pertini. Un corteo composto da 10.000 persone sfila dalla piazza del Comune a Piazza Martiri della Libertà, che alle ore 16 è ormai gremita di folla.

I savonesi raccolti attorno al monumento non possono immaginare che anche la loro città sta per risucchiata nel cono d’ombra della “strategia della tensione”: dieci giorni dopo, infatti, esploderà la prima delle 12 bombe di Savona.

Il progetto di realizzare a Savona, in piazza Martiri della Libertà, un monumento alla Resistenza nasce per iniziativa del Comitato per le celebrazioni del 30° anniversario della Liberazione. L’organismo è composto dai rappresentanti dell’Amministrazione comunale (nella stessa figura del sindaco, Carlo Zanelli), dell’Amministrazione provinciale (il consigliere Francesco Briozzo) e delle due principali associazioni partigiane: l’Anpi ( Raffaele Calvi ed Enrico- Kid- De Vincenzi) e la Fvil ( Lelio Speranza). L’incarico di realizzare l’opera viene affidato tramite un concorso indetto il 18 ottobre 1971 con delibera del consiglio comunale. Il 10 aprile 1972, il Comitato sceglie, fra le quattro proposte presentate, il bozzetto opera dello scultore Agenore Fabbri. La data di inaugurazione del monumento, inizialmente fissata per il 25 aprile 1973, slitterà, a causa di una serie di ritardi nei lavori di sistemazione di piazza Martiri della Libertà, prima al 7 e poi al 20 aprile 1974 (finendo così per cadere nello stesso anno in cui a Savona viene conferita -con decreto presidenziale del 19 settembre- la Medaglia d’oro al valor partigiano).
La cerimonia inaugurale viene pubblicizzata con l’invio tramite posta di migliaia di inviti, in Italia ed all’estero (ad ambasciatori, consoli, amministratori pubblici, deputati, senatori, segretari e presidenti di varie associazioni); la stampa di 3.000 locandine e 11.000 manifesti – affissi anche fuori provincia e regione; l’installazione di 14 striscioni a Savona e provincia, comprese le uscite autostradali di Zinola e Albisola.
L’inaugurazione del 20 aprile è una cerimonia imponente, a cui prendono parte le autorità consolari di otto nazioni estere (a partire da Usa, Urss, Gran Bretagna, Francia), i gonfaloni di 61 città italiane decorate con medaglia al Valor Militare, le rappresentanze di 8 città martiri d’Europa (fra cui Lidice, Varsavia, Rotterdam, ) e poi numerose delegazioni partigiane provenienti da tutte le regioni italiane e da vari Paesi europei. Dalle prime ore del mattino è vietato parcheggiare o circolare in autovettura nel centro di Savona e, anche per queste ragioni, le scuole hanno sospeso le lezioni alle ore 11. E’ un sabato pomeriggio di sole e un corteo lungo 2 km., aperto dalla Banda Musicale Forzano e composto da 10.000 persone, si snoda, da piazza Sisto IV a piazza Martiri della Libertà .Al momento del passaggio in piazza Mameli la campana del monumento ai Caduti batte- fuori orario – i suoi rintocchi.
Lentamente il corteo affluisce in piazza Martiri della Libertà, che alle ore 16 è ormai gremita di folla. Anche il grande palco riservato alle autorità e alle delegazioni invitate (in tutto 400 persone), si sta gradualmente riempiendo. La tribuna centrale, fasciata di velluto rosso e drappeggiata col tricolore, ospita, accanto al sindaco di Savona, gli oratori ufficiali, i membri del Comitato organizzatore, Agenore Fabbri, il Prefetto, il Questore e vari amministratori locali, compreso il Presidente della Regione Liguria. Davanti al palco e intorno al Monumento hanno trovato posto i gonfaloni delle città italiane ed europee, i medaglieri e gli stendardi delle associazioni partigiane, degli ex internati, dei perseguitati politici antifascisti.
Subito dopo la scoprimento della scultura e un breve indirizzo di saluto del sindaco Zanelli, lo speaker della manifestazione- il dottor Angelo Galbini della Rai di Genova- dà la parola ai tre oratori ufficiali: nell’ ordine, Carlo Russo per la FIVL, Giorgio Amendola per l’ANPI, Sandro Pertini, presidente della Camera dei Deputati (la folla è ancora aumentata, ma una ventina di altoparlanti sono stati collocati in vari punti della piazza, in via don Minzoni e lungo corso Ricci).

Pur intervenendo in veste istituzionale, Russo, Amendola, Pertini rappresentano tre importanti personalità dei tre principali partiti italiani: la DC, il PCI e il PSI (alle elezioni politiche del 1976 – svoltesi con una partecipazione al voto superiore al 93% degli aventi diritto- queste tre formazioni politiche arriveranno a raccogliere, complessivamente, più dell’80% dei consensi degli elettori).
Questi tre partiti sono divisi su molte cose, in politica interna ed estera, tant’è vero che, a livello nazionale, DC e PSI stanno insieme al governo, sia pure all’interno di una coalizione – il centro-sinistra- molto conflittuale e in via di esaurimento, mentre il PCI si trova all’opposizione.
Al tempo stesso, malgrado la durezza delle contrappposizioni, DC, PCI e PSI rappresentano anche le maggiori formazioni politiche che, solo trent’anni prima, hanno fondato la Repubblica, partecipando insieme alla Lotta di Liberazione e insieme scrivendo la Costituzione.

Le simbologie cromatiche della manifestazione confermano il richiamo alla Resistenza e all’antifascismo non come prerogativa di una parte, bensì come fonte di legittimazione e come presidio del sistema politico repubblicano: i palazzi che circondano la piazza sono pavesati di tricolori, mentre, sotto la tribuna centrale, campeggiano gli stendardi dei massimi organismi dirigenti della Resistenza (CLN e FVL) e delle formazioni partigiane savonesi di diversa ispirazione politica ( Panvino, Bevilacqua, Fumagalli, Sap Gramsci). Spiccano, infine, le bandiere rosse del PCI, del PSI e di altri gruppi di sinistra e quelle bianche della DC; e, ancora, al collo di molti cittadini, i fazzoletti azzurri, che recano stampati il tricolore e il disegno del monumento (il Comitato organizzatore ne ha fatto realizzare e distribuire più di 4000 esemplari) .
Anche attraverso cerimonie come quella del 20 aprile a Savona si consoliderà, nell’Italia degli anni ‘70, una narrazione pubblica della Resistenza come patrimonio comune di tutte le forze politiche dell’arco costituzionale

Intorno alla cerimonia del 20 aprile si incrociano tre diversi eventi destinati a segnare, tra speranze e paure, la democrazia italiana di quegli anni.

Due giorni prima, le Brigate Rosse rapiscono a Genova il sostituto procuratore della Repubblica Mario Sossi (il magistrato verrà rilasciato 35 giorni dopo). E un gesto clamoroso che segna l’inizio di quell’ “attacco al cuore dello Stato”, destinato a culminare, quattro anni dopo, nel sequestro e nell’uccisione di Aldo Moro.

Tre settimane dopo, il 12 maggio, al termine di un’infuocata campagna elettorale, gli italiani vanno alle urne per il referendum sul divorzio. Il NO all’abrogazione prevale nettamente con il 59,1% dei voti, rivelando che che i processi di crescita civile e democratica – di cui a partire dal ‘68-’69 si sono resi protagonisti donne, lavoratori e giovani- hanno trasformato in profondità l’Italia (anche una parte del mondo cattolico sceglie di esprimersi a favore della legge, in esplicito dissenso rispetto alle indicazioni del Vaticano e del segretario nazionale della Dc, Amintore Fanfani). A Savona città il NO raggiunge il 78,9 %, in provincia il 71,1.

Infine, a poche settimane dalla cerimonia savonese, si consumano due sanguinosi attentati neofascisti: la strage di Brescia (28 maggio, 8 morti e 102 feriti) e la strage del treno Italicus (4 agosto, 12 morti e 48 feriti). I due episodi rappresentano l’ennesima, devastante tappa della “strategia della tensione”, una drammatica escalation di stragi “nere”, perpetrate con la connivenza- o comunque il tacito assenso- dei servizi segreti italiani e atlantici. Un disegno destabilizzatore che- avviatosi cinque anni prima con la strage di piazza Fontana a Milano- ha l’obiettivo di diffondere paura e insicurezza fra i cittadini, favorendo una svolta politica conservatrice, se non autoritaria, nel governo del Paese.

I savonesi che il 20 aprile si raccolgono attorno al monumento non possono immaginare che, di lì a poco, anche la loro città sarà risucchiata nel cono d’ombra della “strategia della tensione”: dieci giorni dopo, infatti, esploderà la prima delle 12 bombe di Savona. Quella grande manifestazione di popolo ha avuto però il merito di rinsaldare, attorno all’antifascismo e alla memoria della Resistenza, un’intera comunità, ben oltre i tradizionali confini della sinistra. La risposta unitaria della città agli attentati si alimenterà anche di questa importante risorsa civica .