Sono le 18.18 del 9 novembre 1974. Una potente carica di dinamite esplode vicino al sottostante garage del moderno palazzo dell’Amministrazione provinciale, opera dell’architetto Pier Luigi Nervi. E’ il terzo attentato in sei mesi, dopo la bomba contro l’abitazione del senatore Varaldo (30 aprile) e contro la centrale Enel di Vado Ligure (8 agosto).
La deflagrazione apre un foro di circa un metro, manda in frantumi quasi tutti i vetri del palazzo (e anche di molti caseggiati circostanti), danneggia gli impianti di illuminazione e riscaldamento. Per fortuna, non ci sono né morti né feriti, anche se il custode in stato di choc viene ricoverato all’ospedale. I danni materiali superano gli 80 milioni di lire.
L’esplosione è avvertita in tutto il centro città.
L’attentato viene immediatamente interpreato come uno sfregio alla storia antifascista della città, insignita meno di due mesi prima della medaglia d’oro per la Resistenza. Quella stessa mattina, inoltre, Savona ha ricordato i sei partigiani -tre donne e tre uomini- fucilati dalle Brigate Nere trent’anni prima, il 1° novembre 1944.
Alla sera, la giunta provinciale, convocato in seduta straordinaria, diffonde un comunicato in cui viene denunciata la radice politica dell’attentato. A sua volta, il Comitato unitario antifascista provinciale, riunitosi presso la sede della Federazione sindacale unitaria, indice a tambur battente una manifestazione in piazza Sisto IV per le 10.30 della mattina successiva.
Il giorno dopo, la piazza antistante il Municipio è gremita di quattromila persone
Per l’indomani, lunedì, i sindacati promuovono inoltre una giornata di mobilitazione in tutto il comprensorio savonese, con scioperi articolati, assemblee di fabbrica e presidi a rotazione del Monumento di piazza Martiri (la cui vigilanza notturna da parte dei lavoratori è per altro già iniziata fin dal sabato dell’attentato). Una mobilitazione a cui scelgono di aderire anche le scuole savonesi. La mattina dell’11 novembre, infatti, duemila studenti si radunano attorno al Monumento di piazza Martiri della Libertà lavoratori, ex partigiani. Per tutta la giornata, alternandosi al microfono, giovani e meno giovani, in un ideale passaggio di testimone fra le generazioni, improvvisano comizi volanti, recitano poesie, leggono brani delle lettere dei condannati a morte della Resistenza
Sono le 18.18 del 9 novembre 1974. Una potente carica di dinamite esplode al piano terra del moderno palazzo dell’Amministrazione provinciale, opera dell’architetto Pier Luigi Nervi. E’ il terzo attentato in sei mesi, dopo la bomba contro l’abitazione del senatore Varaldo (30 aprile) e contro la centrale Enel di Vado Ligure (8 agosto).
L’ordigno è stato collocato vicino alla presa d’aria del sottostante garage, sul lato posteriore dell’edificio, a ridosso del muro di cinta dietro al quale correvano allora i binari della ferrovia (ad un centinaio di metri di distanza sorgeva la vecchia stazione Letimbro) .
La deflagrazione apre un foro di circa un metro, manda in frantumi quasi tutti i vetri del palazzo (e anche di molti caseggiati circostanti), danneggia gli impianti di illuminazione e riscaldamento.
Nella vasta sala al pianterreno è in corso la mostra “50 anni di pittura a Savona”, a cura della storica associazione locale “A Campanassa”, e i visitatori- al momento dello scoppio una quarantina- vengono investiti dallo spostamento d’aria. “E’ come se fossero due esplosioni-racconta una testimone diretta-. Un primo botto, secco, sonoro, seguito dopo un attimo da un boato sordo e terribile. Siamo scappati tutti fuori, qualcuno si è gettato in strada dal piano rialzato”. Per fortuna, non ci sono né morti né feriti, anche se il custode in stato di choc viene ricoverato all’ospedale. I danni materiali superano gli 80 milioni di lire.
L’esplosione è avvertita in tutto il centro città. Sul posto intervengono per primi (dalle vicine caserme di Corso Ricci) gli agenti della stradale e i carabinieri e, a seguire, le ambulanze, le vetture della squadra mobile, gli automezzi dei vigili del fuoco; subito dopo il questore, il sindaco, il presidente della Provincia: una scena destinata a ripetersi più volte – come in una sorta di “eterno ritorno dell’identico”- nei giorni successivi.
L’attentato viene immediatamente interpretato come uno sfregio alla storia antifascista della città, insignita meno di due mesi prima della medaglia d’oro per la Resistenza.
Quella stessa mattina, inoltre, Savona ha ricordato i sei partigiani – tre donne e tre uomini – fucilati dalle Brigate Nere trent’anni prima, il 1° novembre 1944. La cerimonia si è svolta all’interno dello stabilimento Italsider, da cui si accede, costeggiando il mare, al luogo dell’eccidio: il fossato meridionale della fortezza del Priamar (a poca distanza dalla cella dove fu rinchiuso, fra il novembre 1830 e il gennaio 1831, Giuseppe Mazzini).
A partire dalle ore 10, migliaia di persone si sono raccolte davanti a quel buio, umido anfratto, stringendosi attorno ai gonfaloni di Comune e Provincia e alle bandiere delle associazioni partigiane. Accanto alle autorità civili e religiose e alle delegazioni dei principali partiti, ha presenziato alla commemorazione anche un picchetto delle Forze Armate, accolto alle porte della fabbrica da una delegazione di operai in tuta. Subito dopo è avvenuto lo scoprimento del cippo dedicato ai sei patrioti caduti: una composizione in acciaio e ferro realizzata dagli stessi lavoratori su disegno dello scultore-operaio Luciano Gibbone. Dopo la benedizione impartita al monumento dal vescovo di Savona, monsignor Angelo Sibilla, tutti i presenti, attraversando in corteo lo stabilimento, si sono riuniti nel vasto salone mensa, dove hanno preso la parola il sindaco Carlo Zanelli, Giovanni Urbani (per l’ANPI), Lelio Speranza (per la FIVL), l’ingegner Mario Magnano del Comitato antifascista dell’Italsider. Ma sono soprattutto le parole di Giuseppe Tonolini, rappresentante del Consiglio di fabbrica, a suonare profetiche, pensando a quello che accadrà da lì a meno di sei ore al palazzo della Provincia: “Con questa cerimonia non intendiamo solamente commemorare i 6 martiri e i 42 nostri compagni caduti fra le file partigiane o morti nei campi di concentramento, ma anche richiamare tutti alla vigilanza per impedire la rinascita dell’antifascismo”.
Alla sera, la giunta provinciale, convocata in seduta straordinaria, diffonde un comunicato in cui viene denunciata la radice politica dell’attentato: “ Per le modalità con cui è stato compiuto questo proditorio atto lascia chiaramente intravedere la matrice fascista che lo ha ispirato e mette ancora una volta in evidenza la volontà di minare le nostre istituzioni democratiche”.
A sua volta, il Comitato unitario antifascista provinciale, riunitosi presso la sede della Federazione sindacale unitaria, indice a tamburo battente una manifestazione in piazza Sisto IV per le 10.30 della mattina successiva, affidandosi, di sabato e in epoca pre-internet e pre-social, ai mezzi di comunicazione allora a disposizione: i volantini tirati al ciclostitile, le autovetture munite di altoparlanti, il passaparola diretto o via telefono. “Questo vile attentato – ribadisce in un volantino diffuso ad ora tarda- rappresenta un’offesa vergognosa e criminale a Savona che, nella stessa giornata, in una possente manifestazione all’Italsider, ha ricordato i suoi caduti partigiani ed è un ennesimo anello di quella criminosa trama nera che da troppo tempo tenta di creare nel nostro Paese un clima di disordine e di terrore”.
Il giorno dopo, la piazza antistante il Municipio è gremita di quattromila persone e gli oratori (il sindaco Zanelli, il presidente della Provincia Mario Siccardi, Tullio Vecchietti, dirigente nazionale del PCI e l’on. Carlo Russo per la D.C) parlano dal pianale di un camion perché non c’è stato il tempo di allestire un palco.
Per l’indomani, lunedì, i sindacati promuovono inoltre una giornata di mobilitazione in tutto il comprensorio savonese, con scioperi articolati, assemblee di fabbrica e presidi a rotazione del Monumento di piazza Martiri (la cui vigilanza notturna da parte dei lavoratori è per altro già iniziata fin dal sabato dell’attentato). Una mobilitazione a cui scelgono di aderire anche le scuole savonesi. La mattina dell’11 novembre, infatti, duemila studenti invadono le strade della città con striscioni, cartelli, bandiere, dirigendosi in corteo verso l’Oltreletimbro. A partire dalle 11 di mattina, attorno al Monumento di piazza Martiri della Libertà si è ormai formata una folla di ragazze e ragazzi, lavoratori, ex partigiani. Per tutta la giornata, alternandosi al microfono, giovani e meno giovani, in un ideale passaggio di testimone fra le generazioni, improvvisano comizi volanti, recitano poesie, leggono brani delle lettere dei condannati a morte della Resistenza.
Ma la catena degli attentati è appena iniziata. Meno di 24 ore dopo, a cento metri di distanza in linea d’aria dal luogo di quella manifestazione, esploderà la bomba alla scuola media “Guidobono”.