Via Paleocapa

Alle 20.48 del 30 aprile 1974 avviene il primo attentato delle bombe di Savona. Un ordigno ad alto potenziale viene collocato sul ballatoio del primo piano al civico 11 di via Paleocapa, nel palazzo dove risiede il senatore Varaldo, allora esponente della Democrazia Cristiana.
La violenta deflagrazione non produce vittime, ma genera turbamento, perché avviene alla vigilia del primo maggio. Gli inquirenti non sembrano privilegiare una pista in particolare: le indagini si dirigono “in tutte le direzioni”.
Il 3 maggio giunge alla redazione del “Secolo XIX” di Genova un testo composto di due fogli vergati con il pennarello: “ Ordine nero rivendica l’attentato compiuto contro il senatore Varaldo. Questo è stato un avviso. La prossima volta gli faremo la pelle”.

Il primo dei 12 attentati subiti dalla città si consuma in via Paleocapa, alle 20.48 del 30 aprile 1974. Un ordigno ad alto potenziale viene collocato sul ballatoio del primo piano al civico 11, dove risiede Franco Varaldo, senatore dalla prima legislatura e capogruppo democristiano nel Consiglio comunale di Savona. La deflagrazione provoca gravi lesioni alle prime due rampe di scale, scardina le porte di di molti appartamenti e fa crollare il lucernario dello stabile. Le vetrate dell’adiacente bar “Barolo Chinato” vanno in frantumi e le tre persone che si trovano in quel momento nel locale ( la titolare, il nipote e un cliente) vengono scaraventate a terra, in un mare di cristalli e cocci di bottiglie. Anche altri negozi vicini vengono danneggiati. Alcuni passanti, in quella sera piovosa, vedono il massiccio portone dello stabile volare in mezzo alla strada e abbattersi sul selciato.
Per puro caso la violenta esplosione non produce vittime: “quella bomba – racconta Mimmo Turchi- per poco non me la prendo sull’orecchio, perché ha divelto il portone e io mi ero fermato pochi passi prima, via Paleocapa era deserta . Mi sono riempito d’aria perché l’effetto è stato comunque quello, per la botta. Mentre mi riprendo esce il nipote del titolare del bar – esce così – comincia a correre nell’altra direzione e mi fa: “vai, vai, vai!” “Ecco, se io non mi fermavo a grattarmi una gamba, quel portone me lo prendevo addosso”.
E la paura è tanta anche fra i condomini: “Stavo guardando la televisione – testimonia a caldo uno di loro – quando ho sentito una gran botta. I bambini si sono messi a piangere, mia moglie è quasi svenuta dallo spavento. Sono uscito sul pianerottolo: la porta non c’era più” .
Il crollo della prima rampa di scale ha praticamente isolato gli appartamenti e i Vigili del Fuoco, immediatamente intervenuti in loco, sono costretti ad organizzare un complesso intervento di evacuazione degli inquilini.

Savona è da sempre una città tranquilla e nessuno pensa, nell’immediato, ad un atto di terrorismo: “sarà stata l’esplosione di una caldaia” è la voce che circola nella piccola folla che si è nel frattempo raccolta a metà di Via Paleocapa. Ma, come ricorda ancora oggi Michele Costantini, allora vice comandante dei Vigili del Fuoco e quella sera funzionario di turno, “non poteva essere lo scoppio di una caldaia a produrre un disastro del genere”.

“Hanno messo una bomba”: la notizia si diffonde rapidamente, generando grande turbamento in città. Fin dalle prime ore, colpisce la circostanza che l’attentato sia avvenuto alla vigilia del Primo maggio, in piena campagna per il referendum sul divorzio e dieci giorni dopo l’inaugurazione- con uno straordinario concorso di popolo- del Monumento alla Resistenza.
La circostanza che al cinema “Astor”, a poca distanza dell’edificio colpito, sia in programmazione il film di Carlo Lizzani “Mussolini ultimo atto”, contribuisce ad alimentare la convinzione che il gesto terroristico rappresenti un attacco alla tradizione democratica ed antifascista di Savona: di “vile e proditorio attentato di marca fascista” parla infatti un comunicato unitario siglato da ANPI, FIVL, PCI, DC, PSI, PSDI.
Nel pomeriggio del 2 maggio, i sindacati proclamano uno sciopero generale di due ore, organizzando per le ore 17 in piazza Sisto IV una manifestazione di protesta a cui presenziano tremila persone. Al termine del discorso pronunciato dal segretario della Camera del Lavoro, Santo Imovigli, si forma un grande corteo che attraversa corso Italia, piazza Saffi e via Paolo Boselli, per sciogliersi infine in piazza Mameli. Una risposta civica, composta ma determinata, che nei mesi successivi i savonesi torneranno a riproporre – con forza e partecipazione crescente- quando la sfida delle bombe diventerà quasi quotidiana.

Gli inquirenti, al contrario, non sembrano nell’immediato privilegiare una pista in particolare: le indagini, infatti, continuano a muoversi “in tutte le direzioni”.
Il 3 maggio giunge alla redazione del “Secolo XIX” di Genova un testo composto di due foglietti vergati con il pennarello: “ Ordine nero rivendica l’attentato compiuto contro il senatore Varaldo. Questo è stato un avviso. La prossima volta gli faremo la pelle”. Il messaggio passa poi ad elencare una serie di elementi che dovrebbero confermare la paternità del gesto “ 1^ prova. : l’esplosivo è stato è stato stipato in un barattolo di vernice. La miccia (a combustione lenta) lunga c/a 1 mt. Era attorcigliata attorno al barattolo ed è durata c/a 2 minuti. Identica miccia è stata lasciata nel portone di fronte a quello di di Varaldo (12/ controlli la Scientifica). N.B. La bomba era sul piccolo pianerottolo a destra dopo la prima rampa” . Quella stessa sera, una telefonata anonima arriva al giornalista Luciano Angelini che così, ricostruisce, a distanza di anni, la singolare vicenda: “ Squilla il telefono. “Il giornalista Angelini?” “Sì, sono io” “Vada nel portone di fronte alla casa del senatore Varaldo, dietro il vano della porta ascensore troverà la miccia dell’esplosione” […] In pochi minuti arrivo davanti al civico 12. Mi guardo attorno. Non c’è anima viva. Entro. Avverto come un’impennata delle pulsazioni cardiache. Punto subito il vano dietro l’ascensore, nella penombra vedo qualcosa sul pavimento: la miccia. Non tocco nulla. Esco e da una cabina telefonica (i telefonini erano là da venire) chiamo la questura”.
Sull’autenticità del messaggio di rivendicazione, però, le autorità inquirenti hanno molti dubbi, sia perché alcune delle “prove” fornite non trovano corrispondenza fattuale, sia perché la stessa circostanza del ritrovamento della miccia lascia adito a più di una perplessità: “Evidentemente vi è stata posta questa notte per avvallare quanto scritto. Subito dopo l’esplosione del 30 aprile, infatti, avevamo perquisito tutte le adiacenze , compreso quello indicato dal presunto Ordine Nero, senza trovare nulla. Chiaro che quella di stanotte è una prova artificiosa”, sostiene Luigi Lanza, il capo dell’Ufficio politico della Questura.
Certo, osserva ancora Angelini, l’episodio, più che fornire risposte, lascia aperte molte domande: “Ancora oggi mi chiedo: quale terrorista si sia mai fermato o addirittura sia tornato sul posto di un attentato per lasciare la sua “firma”. Ma anche, eventuali mandanti si sono forse serviti di manovalanza locale?”.
Sul piano investigativo, la vicenda delle bombe di Savona fin dall’inizio alterna , in un gioco di luci e ombre, mezze verità, indizi che si moltiplicano, piste che che finiscono nel nulla (sullo sfondo di un probabile intreccio fra eversione nera e spezzoni di servizi deviati).

In ogni caso, poiché gli apparati dello Stato sono spasmodicamente impegnati nella ricerca del giudice Mario Sossi (rapito a Genova il 18 aprile dalle Brigate Rosse), le indagini sull’attentato al senatore Varaldo finiscono ben presto col rallentare. Bisognerà attendere i sette drammatici attentati di novembre (in media uno ogni due giorni) perché sul “caso savonese” torni a concentrarsi l’attenzione degli inquirenti, locali e nazionali.