Il primo istituto scolastico savonese ad aderire alla vigilanza di massa antifascista è il Liceo scientifico “Orazio Grassi”, che dal 1970 ha sede in piazza Brennero.
Il 20 novembre 1974, dopo due giorni consecutivi di assemblea, gli studenti del “Grassi” decidono di formare squadre di sorveglianza con il compito di presidiare di giorno e soprattutto di notte la propria scuola. Il 23 novembre, si costituisce inoltre il Comitato antifascista dei genitori e dei docenti del “Grassi”.
Sul piano organizzativo, studenti e genitori possono contare sull’appoggio del Comitato di quartiere di Villapiana, che ha sede nella vicina Società di Mutuo Soccorso “ XXIV Aprile” in via Verdi 14r.
Il primo istituto scolastico savonese ad aderire alla vigilanza di massa antifascista è il Liceo scientifico “Orazio Grassi”. Nato nel 1948, dal 1970 ha sede in piazza Brennero, dove è ancora attualmente ubicato (l’edificio risale al 1934 e aveva in precedenza ospitato l’Istituto tecnico industriale). Nell’anno scolastico 1974-75 il “Grassi” conta 960 iscritti (572 maschi e 388 femmine) e appare un ambiente culturalmente e politicamente vivace: dalle sue aule proviene il nucleo più consistente dei giovani (Massimo Botta, Sandro Zappatore, Alfonso Amodio, Mauro Cerulli) che, pochi mesi dopo fonderanno Radio Savona Libera, destinata a trasformarsi in Radio Savona Sound.
Il 20 novembre 1974, dopo due giorni consecutivi di assemblea, gli studenti del “Grassi” decidono di formare squadre di sorveglianza con il compito di presidiare di giorno e soprattutto di notte il proprio istituto. I turni principali vanno dalle ventuno all’una e dall’ una alle sei, con l’impegno di essere presenti l’indomani alle lezioni : “saltare una notte di sonno- dicono- non è una tragedia”. A due a due perlustrano a rotazione il perimetro della scuola, mentre un gruppo base staziona regolarmente davanti al portone d’ingresso. Sono pronti a segnalare la presenza di qualsiasi movimento o veicolo sospetto alle auto delle forze dell’ordine che, periodicamente, transitano davanti all’edificio scolastico. A loro si affiancheranno ben presto gli studenti del vicino Istituto professionale. Hanno freddo, nonostante i guanti, la sciarpa, li giubbotto, ma gli abitanti del quartiere scendono in strada per rifocillarli con thermos di caffè caldo e tranci di focaccia appena sfornata. “I fascisti – dichiarano- hanno voluto intimidirci ma non ci sono riusciti… Montando la guardia alla nostra scuola è un po’ come se fossimo sentinelle della democrazia”.
Ma anche docenti e famiglie non restano indietro. Il 23 novembre, al termine di una vivace assemblea alla presenza del preside, si costituisce infatti il Comitato antifascista dei genitori e dei docenti del “Grassi”, con l’obiettivo di organizzare, a sua volta, squadre di vigilanza intorno all’istituto.
Sul piano organizzativo, studenti e genitori possono inoltre contare sull’appoggio del Comitato di quartiere di Villapiana, che ha sede nella vicina Società di Mutuo Soccorso “ XXIV Aprile”, in via Verdi 14r. e che, fin dall’inizio degli attentati, ha rappresentanto un fondamentale luogo di confronto, discussione, informazione, per tutti gli abitanti del rione (attraverso la convocazione di assemblee, l’affissione di manifesti -spesso scritti a mano – e l’organizzazione delle prime, spontanee squadre di vigilanza).
Negli anni ‘70 Savona è infatti la prima città in Liguria a sviluppare l’esperienza dei consigli di quartiere, organi di democrazia partecipativa costituiti dai cittadini stessi per trovare soluzione ai concreti problemi della vita urbana (trasporti pubblici, asili e scuole, aree verdi). Alla nascita dei Consigli – che inizialmente si presentano con il carattere informale di “Comitati promotori”- concorrono, attraverso assemblee autoconvocate, molteplici soggetti. Non mancano ovviamente le locali sezioni dei partiti, ma un ruolo altrettanto, se non più importante, è svolto anche da altri protagonisti: circoli ricreativi e sportivi, esponenti del mondo parrocchiale e del volontariato, gruppi a tema (come quello dei genitori contro i “doppi turni scolastici), oltre a singoli cittadini non iscritti a partiti e sindacati. A partire dal 1970, superata la fase “spontaneista”, i consigli di quartiere si trasformeranno in veri e propri organismi rappresentativi, eletti direttamente dai cittadini con percentuali che si attestano, in media, attorno al 60% degli aventi diritto (compresi i diciottenni, che per legge, fino al 1975, non avrebbero diritto di voto). In questa circostanza, i vari partiti e le varie associazioni decidono di presentare i propri candidati all’interno di un’unica lista unitaria, Una scelta che mette in secondo piano le differenze politiche, ideologiche, religiose, per privilegiare l’obiettivo di un lavoro comune, gomito a gomito, nell’interesse del proprio quartiere. Gli elettori hanno a disposizione fino ad un massimo di sette-otto preferenze e possono anche aggiungere, nominativi che non compaiono nella lista dei candidati (e che magari non fanno parte di alcun organismo politico e sociale). Per queste ragioni, i consigli di quartiere finiscono per rappresentare uno straordinario laboratorio di cittadinanza attiva, cioè uno spazio in cui nuove istanze di democrazia diretta e di partecipazione hanno la possibilità di esprimersi “scongelando” le appartenenze politiche tradizionali. Nel 1974-75 i quindici quartieri di Savona hanno tutti un consiglio eletto o in via di elezione. E la mobilitazione dei savonesi contro gli attentati non avrebbe assunto le dimensioni di massa che conosciamo senza il ruolo fondamentale svolto da questi organismi nell’organizzare e coordinare- con l’ormai ben noto spirito unitario- la vigilanza popolare.
Il 29 novembre, il Comitato di quartiere di Villapiana e quello di Via Mignone- La Rusca ( che insieme rappresentano un quarto dell’intera popolazione savonese) danno vita ad un unico Comitato antifascista unitario di base, con sede presso la Società di Mutuo Soccorso “La Generale”, in via S. Lorenzo, n.25. Di questo organismo fanno parte i rappresentanti di un arco molto vasto di forze politiche e sociali: i diversi partiti politici (PCI, DC, PSI, PDUP), i consigli di fabbrica dello stabilimento Magrini (ex Scarpa e Magnano) e dell’officina “Italgas” di via Piave, le associazioni partigiane, i grossisiti e gli esercenti del mercato ortofrutticolo di piazza Bologna e- a chiudere il cerchio- i rappresentanti degli studenti e dei genitori del liceo “Grassi” . Nel corso di un paio di mesi, il Comitato antifascista arriverà ad organizzare oltre mille volontari per la vigilanza, con squadre di due- tre persone e turni di tre-quattro ore. “ Di giorno venivano presidiate soprattutto le le scuole, e a farlo erano le donne, normalmente a coppie e affiancate da un appartenente alle forze dell’ordine. I turni di notte venivano svolti dagli uomini a gruppi di tre. E ricordo che una notte mi trovai a fare la ronda con due persone del mio quartiere che non non conoscevo. Un fatto che mi provocò al tempo stesso stupore e piacere, la prova che la la vigilanza aveva coinvolto non solo i cittadini più attivi politicamente, ma anche le persone comuni, cioè veramente tutti…” ricorda ancora oggi Carlo Di Ruzza, allora molto impegnato nella mobilitazione popolare contro le bombe.