Alle ore 17.25 del 20 novembre 1974 un potente ordigno esplode nell’atrio del portone dello stabile di via Giacchero 22. È il quinto attentato nell’arco di dieci giorni, il settimo da aprile.
Il crollo del pavimento dell’alloggio al primo piano trascina con sé nella caduta gli inquilini, sommergendoli di calcinacci e mobili: fra di loro Fanny Dallari, 82, che spirerà il giorno seguente. La seconda vittima è il settantenne Virgilio Gambolati, che morirà alcune settimane dopo a seguito delle ferite riportate nell’episodio dinamitardo.
Dopo gli attentati di via Paleocapa e di Via dello Sperone, la bomba di via Giacchero torna a colpire per la terza volta un condominio privato (e non sarà l’ultima).
Alle ore 17.25 del 20 novembre un potente ordigno esplode nell’atrio del portone dello stabile di via Giacchero 22, un otttocentesco edificio di quattro piani che si affaccia sui giardini del Prolungamento a mare. E’ il quinto attentato nell’arco di dieci giorni, il settimo da aprile e questa volta produrrà esiti letali.
La deflagrazione provoca il cedimento di due rampe di scale, distrugge quattro appartamenti e scardina tutte le finestre, proiettando all’esterno mobili ed oggetti. Un’ autovettura parcheggiata davanti all’ingresso viene scagliata dall’altro lato della strada. Il crollo del pavimento dell’alloggio al primo piano trascina con sé nella caduta gli inquilini, sommergendoli di calcinacci e mobili: fra di loro Fanny Dallari, 82, vicedirettrice in pensione dell’Ufficio comunale del Tesoro, che spirerà il giorno seguente. La seconda vittima è il settantenne Virgilio Gambolati, tassista in pensione, residente in uno dei due appartamenti al piano terra, che morirà alcune settimane dopo a seguito delle ferite riportate nell’episodio dinamitardo.
“Ero sul marciapiede, a pochi passi dal portone. Lo scoppio mi ha scaraventato contro una macchina ferma, poi mi è caduta sulla schiena la persiana di una finestra. Se fossi passato qualche istante prima, sarei finito in pezzi” racconta un operaio della Esso di Vado Ligure, che abita al civico 28, a pochi metri di distanza dal luogo dell’esplosione. “Quella era casa mia” è invece l’unico commento che si lascia sfuggire un inquilino dello stabile 22: al momento dell’esplosione, si trovava fuori per una commissione e ora si aggira, sotto shock e con le lacrime agli occh,i fra i detriti e le macerie
Il boato è udito in tutta la città e, in breve tempo, via Giacchero, si riempie di ambulanze (l’ospedale sorgeva allora a meno di 50 metri di distanza), automezzi dei Vigili del Fuoco e vetture di Carabineri e Polizia. “Proprio come in guerra, quando c’erano i bombardamenti” è il commento del dottor Selis che coordina l’équipe medica di soccorso.
Sotto la pioggia battente e alla fredda luce delle fotoelettiche, gli abitanti dei piani superiori vengono messi in salvo calati in grandi sacchi con un sistema di cavi e funi. Ad affrontare la discesa nel grande contenitore di juta c’è anche – affiancata e sorretta dal vice-comandante dei Vigili del Fuoco, Michele Costantini- una bambina di 9 anni, che tiene sotto il braccio la bambola preferita.
All’ospedale, intanto, continuano ad arrivare i feriti (almeno una diecina, fra cui due coraggiosi soccorritori, infortunatisi mentre prestavano assistenza in mezzo a calcinacci e muri pericolanti ).
Dopo gli attentati di via Paleocapa e di Via dello Sperone, la bomba di via Giacchero torna a colpire per la terza volta un condominio privato (e non sarà l’ultima). In questo caso, però, i danni provocati dalla bomba ammontano a 85 milioni di lire e l’edificio viene dichiarato “inabitabile, inagibile ed inaccessibile”. In attesa che vengano intrapresi i lavori di ricostruzione e restauro, le dieci famiglie residenti – in tutto ventidue persone- saranno costrette a vivere o presso l’abitazione di parenti e amici o in strutture alberghiere a carico del Comune: un’amara odissea da “rifugiati” destinata a protrarsi per alcuni mesi.
L’ operato degli inquirenti si intensifica e l’organico delle forze dell’ordine viene potenziato con l’afflusso a Savona di uomini dei reparti antiterrorismo di Milano e Torino. Le indagini, tuttavia, malgrado il moltiplicarsi delle piste, non approdano ad alcun risultato.
Intanto si sviluppa il fenomeno della la mobilitazione popolare antifascista: “sanno soltanto mettere le bombe quelli, ma non riusciranno a toglierci nuovamente la libertà” è il commento amaro, ma non rassegnato – secondo “Il Corriere della Sera”- di un operaio . Il giorno dopo, in tutti gli stabilimenti, negli uffici, in porto, nelle scuole, si svolgono affollate assemblee, per rispondere ad un’unica, fondamentale domanda: come rispondere, compostamente ma con fermezza, alla sfida che- ormai è chiaro- è stata lanciata all’intera città? Attraverso i Consigli di quartiere e i nascenti Comitati antifascisti di base (promossi dal Comitato unitario antifascista provinciale), donne e uomini diversi per estrazione sociale, collocazione politica, appartenza generazionale, iniziano così a presidiare, in modo sistematico, di giorno e soprattutto di notte, fabbriche, uffici, istituti scolastici, edifici pubblici, sedi di partito e sindacali, condomini privati. Per un paio di mesi, fino ai primi di gennaio, squadre di volontari, muniti di tesserino di riconoscimento e fascia bianca al braccio, pattugliano a turno le strade di Savona, che, al calare del sole, diventano buie e spopolate .Non sono sceriffi armati né hanno intenzione di sostituirsi all’azione all’azione delle forze dell’ordine: il loro compito è segnalare, alla polizia, ai carabinieri, alla guardia di finanza, l’eventuale presenza di individui, veicoli o movimenti sospetti. Lietta Tornabuoni sulla “Stampa” definisce la vigilanza di massa “ una nuova, improvvisata struttura di partecipazione che rappresenta la risposta popolare all’incubo nero che assedia la città”.
Contestualmente le principali forze politiche (PCI, DC, PSI), invitano i savonesi a rispondere con la più ampia unità antifascista all’escalation delle bombe “nere”. La federazione CGIL-CISL- UIL, a sua volta, proclama per il 22 novembre uno sciopero generale provinciale di tre ore, convocando lavoratori e cittadini, a partire dalle 9.30, in piazza Saffi, davanti alla Prefettura. Quel giorno, grazie ad una massiccia partecipazione di popolo (con la presenza di folte delegazioni operaie provenienti da tutta la Liguria), prenderà vita la più grande manifestazione che si sia mai svolta a Savona .